Betye Saar, artista le cui opere denunciavano l’oppressione dei neri, è morta all’età di 99 anni. L’artista, che ha vissuto tutta la vita a Los Angeles, ha trasformato il quotidiano in arte, creando un corpus di opere apprezzato sia dal movimento femminista che da quello delle arti afroamericane. Nata e cresciuta a Los Angeles, ha dedicato tutta la sua carriera all’arte, utilizzandola per unire il mistico e il politico in opere che denunciavano l’oppressione dei neri, mettevano in primo piano la liberazione delle donne e onoravano la spiritualità. È difficile immaginare Los Angeles senza di lei.

Betye Saar ci lascia all’età di 99 anni
Nata Betye Irene Brown nel 1926 a Pasadena, in California, Saar crebbe durante la Grande Depressione, imparando fin da piccola a essere ingegnosa. Gli oggetti non erano usa e getta; venivano riparati, riutilizzati o conservati per un momento sconosciuto ma atteso. Si laureò nel 1949 in design all’Università della California, Los Angeles, dove conobbe suo marito, il ceramista Richard Saar. Insieme ebbero tre figlie, due delle quali divennero a loro volta artiste. Dopo la laurea, lavorò come assistente sociale e co-fondò un’azienda di design di gioielli e smalti con Curtis Tann, che la introdusse per la prima volta nella scena artistica di Los Angeles.
Disegnò anche costumi teatrali e proseguì gli studi post-laurea presso i campus di Long Beach e Northridge della California State University. Nel 1962 si stabilì nella sua casa-studio a Laurel Canyon, che avrebbe occupato per il resto della sua vita. Organizzata meticolosamente per colore e tema, fungeva da archivio vivente della sua mente. Fu solo nel 1967, tuttavia, che la sua pratica cambiò irreversibilmente.
Una retrospettiva di Joseph Cornell al Pasadena Art Museum rivelò un nuovo linguaggio artistico, che combinava oggetti trovati, memoria e subconscio. Se la grafica era stata la sua base, l’assemblaggio divenne ora la sua vocazione. Spesso descriveva il processo come intuitivo: vagare per mercatini delle pulci o negozi di antiquariato, in attesa che un oggetto la chiamasse.

Il divorzio e l’arte
Fu sposata con Richard Saar per quasi 20 anni prima del loro divorzio nel 1970, un periodo durante il quale la sua identità artistica si consolidò silenziosamente. Nel 1972 arrivò l’opera che l’avrebbe definita pubblicamente. Invitata a creare un’opera su un’eroina, realizzò “The Liberation of Aunt Jemima”. Un assemblaggio in una teca composto da una statuetta, etichette di preparato per pancake Aunt Jemima, una cartolina e del cotone idrofilo. Che reinterpretava radicalmente la figura razzista della “mammy” come un’agente di resistenza, armata di fucile e granata a mano.
Nel contesto statunitense, il diritto di portare armi divenne un simbolo dell’emancipazione femminile nera. Nel corso della sua lunga carriera, l’opera di Saar è stata recepita da – e ha contribuito a plasmare – molteplici movimenti: il femminismo e il movimento artistico afroamericano degli anni ’70, e le successive generazioni di artisti interessati a temi come l’identità, la spiritualità e il potere. Eppure, il suo lavoro ha sempre resistito a una semplice categorizzazione. Trasformando oggetti di uso quotidiano (ferri da stiro, assi per lavare i panni, bambole, cartoline) ha affrontato l’eredità del razzismo e dell’oppressione dei neri, invocando al contempo misticismo, antenati e protezione. Le sue installazioni non si limitano alla critica, la consacrano.

Betye Saar: un’arte in continuo mutamento
La storia personale non è mai stata lontana dalla superficie. In Record for Hattie (1975), un piccolo portagioie in legno diventa un contenitore di ricordi, onorando la sua prozia attraverso materiali intimi e un’attenta costruzione.
Come ha dichiarato al critico Jonathan Griffin in un articolo del 2016 per frieze : “Si potrebbe dire che lavoro con oggetti morti, con cose che le persone hanno buttato via […] Ma il mio lavoro si trova al crocevia tra morte e rinascita. I materiali scartati sono stati riciclati, quindi rinascono, perché l’artista ha il potere di farlo.” Nello stesso anno ha avviato il Betye Saar Catalogue Raisonné Project, un archivio digitale dedicato alla conservazione della sua vasta opera per le generazioni future. Tra il 2019 e il 2020, importanti mostre al Museum of Modern Art di New York (“The Legends of Black Girl’s Window”) e al Los Angeles County Museum of Art (“Call and Response”) hanno definitivamente consacrato i suoi successi. Ha persino condiviso il palco con John Legend al LACMA Art + Film Gala del 2019, dove celebrità di Hollywood hanno applaudito il suo lavoro.
Poi, nel 2020, durante il lockdown dovuto al COVID-19, ha realizzato “Black Doll Blues”, una serie di acquerelli ispirati alla sua collezione di bambole nere: opere luminose e intime che hanno riaffermato il suo impegno di una vita a riscoprire ciò che è stato trascurato. L’arte di Saar non è mai appartenuta esclusivamente al passato. Continua a parlare con profonda chiarezza di cosa significhi resistere e trasformare.


