DATALAND è il primo museo al mondo dedicato all’arte dell’intelligenza artificiale, i fondatori Refik Anadol ed Efsun Erkılıç parlano con Hans Ulrich Obrist della creazione di esperienze immersive a partire da set di dati etici. Le animazioni digitali 3D di Refik Anadol, alimentate dai dati, sembrano quasi troppo abbaglianti per le facciate degli edifici o le gigantesche pareti di LED. Che, negli ultimi dieci anni, hanno fatto da tela alle sue opere, attirando un vasto pubblico negli spazi espositivi di tutto il mondo.

Dataland: la sua inaugurazione
Figura di spicco all’incrocio tra tecnologia e creatività, Anadol ha inaugurato questo mese il suo progetto più ambizioso: DATALAND. Il primo museo dedicato all’arte generata dall’intelligenza artificiale. Ospitato all’interno di The Grand LA (il complesso di Los Angeles progettato da Frank Gehry, costato 1 miliardo di dollari), le sue cinque gallerie si estendono su una superficie di 2.300 m², dove la mostra inaugurale, “Machine Dreams: Rainforest”, offre ai visitatori una spettacolare esperienza multisensoriale.
Ma è la tecnologia su misura che si cela dietro le quinte, in grado di elaborare enormi banche dati, leggere le emozioni dei visitatori e produrre opere d’arte, a essere forse la più sbalorditiva. Qui, in conversazione con Hans Ulrich Obrist, Efsun Erkılıç, co-fondatore di Anadol e DATALAND e pittore, svela la portata delle loro ambizioni.
“Los Angeles è sempre stata una città proiettata verso il futuro nell’arte, nella musica, nel cinema, nell’architettura e in molti altri campi, quindi aprire Dataland qui è una scelta naturale”, ha affermato Anadol. “Avere uno spazio permanente per sviluppare un nuovo paradigma di ciò che un museo può essere, unendo l’immaginazione umana, l’intelligenza artificiale e le tecnologie più avanzate, è la realizzazione di uno dei miei più grandi sogni. Farlo in un edificio progettato da uno dei miei idoli, Frank Gehry, è quasi incredibile”.

Immaginazione umana e AI
Dataland è, di fatto, il primo museo al mondo dedicato all’arte dell’intelligenza artificiale. La sua mostra si propone di far conoscere ai visitatori le forme d’arte emergenti all’incrocio tra tecnologia ed esperienza umana. La mostra inaugurale , “Machine Dreams: Rainforest” dello stesso Refik Anadol, sarà visitabile fino al 27 gennaio. Presenta ambienti immersivi che si estendono in tutte e cinque le gallerie del complesso, ispirati alla foresta amazzonica. Le opere sono state sviluppate utilizzando il Large Nature Model del Refik Anadol Studio , il primo modello di intelligenza artificiale open-source addestrato sull’intelligenza intrinseca della natura.
Questo approccio si differenzia dagli attuali modelli linguistici di intelligenza artificiale su larga scala, che si basano sull’intelletto umano. “Il nostro modello mira a sensibilizzare sulle problematiche ambientali e a ispirare soluzioni innovative individuando connessioni tra archivi isolati. Inoltre, coinvolgendo le persone su più livelli sensoriali, i risultati del modello rendono tangibile il concetto astratto di conservazione ambientale, incoraggiando una responsabilità collettiva all’azione”, osserva Refik Anadol.
I fondatori sottolineano che Dataland si impegna a promuovere pratiche etiche nella raccolta dei dati e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’ambizione del museo è quella di definire lo standard globale per la presentazione, la curatela e l’esplorazione dell’arte basata sull’IA, stabilendo un nuovo modello per le istituzioni culturali nell’era digitale.

Le caratteristiche di Dataland
Il cuore pulsante del museo è Connectome, una piattaforma informatica sviluppata con Nvidia che funge da una sorta di cervello centrale. Tutti i dati generati all’interno del museo confluiscono in questa infrastruttura: informazioni ambientali raccolte da foreste tropicali di tutto il mondo, contenuti creati dalle installazioni, segnali biometrici dei visitatori e output del Large Nature Model. Il modello di intelligenza artificiale sviluppato da Refik Anadol Studio e addestrato su oltre 500 milioni di immagini e set di dati provenienti da istituzioni come lo Smithsonian, il Cornell Lab of Ornithology, Getty, iNaturalist e il Museo di Storia Naturale di Londra.
Un altro elemento chiave è Data.Link, un sistema progettato per stabilire una relazione bidirezionale tra l’opera d’arte e il pubblico. Attraverso dispositivi indossabili sviluppati da Empatica, vengono registrati i segnali fisiologici dei visitatori. Tra cui frequenza cardiaca, temperatura corporea e conduttanza cutanea. Una volta anonimizzati, questi dati vengono trasformati in input che possono essere interpretati dal Large Nature Model.
L’installazione (e, per estensione, il museo stesso) incorpora quindi i visitatori e i loro dati biometrici, modificando di conseguenza l’ambiente espositivo. In pratica, l’edificio risponde agli stati emotivi collettivi rilevati all’interno dei suoi spazi. L’intera struttura funziona come un algoritmo in tempo reale, aggiornandosi costantemente attraverso un ciclo di feedback in cui ricezione e produzione diventano inseparabili.


