Haroutiun Galentz sta tornando alla ribalta in tutta Europa, il modernista del XX secolo è stato oggetto di un recente libro che ne rivaluta l’eredità. Molto interessante anche una conferenza a lui dedicata presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia questo mese. L’opera del pittore armeno (1910-1967) sta vivendo un periodo di rinascita, suscitando interesse sia in Italia che in Libano. Sopravvissuto al genocidio armeno durante la Prima Guerra Mondiale, il lavoro di Galentz non solo ci ricorda la resilienza dello spirito umano, ma anche il potere della creatività in mezzo ad alcune delle atrocità più inimmaginabili.

Haroutiun Galentz sta tornando alla ribalta anche in Italia
Lo scorso autunno, Skira ha pubblicato la prima monografia in lingua inglese dedicata all’artista, celebrando l’uscita del libro con eventi a Parigi e presso il Padiglione Nuhad Es-Said per la Cultura, una sede distaccata del Museo Nazionale di Beirut. Haroutiun Galentz: The Form of Colour, a cura di Vartan Karapetian e Marie Tomb, raccoglie una collezione di opere di Galentz provenienti dalla Galleria Nazionale dell’Armenia e dalla Collezione Janibekyan. Insieme a opere di musei e collezioni private di Europa, Asia e Nord America. Un’analisi approfondita dei dipinti, dei documenti d’archivio, delle lettere e delle memorie di Galentz mette in luce la sua importanza come modernista cosmopolita di respiro internazionale.
Questa monografia è stata recentemente inserita in un più ampio convegno di una giornata dedicato all’opera e all’eredità culturale del pittore armeno, organizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia presso l’Aula Baratto il 25 maggio. L’evento, curato da Silvia Burini e organizzato dal Centro Studi di Arte Russa, Centroasiatica e Caucasica (CSAR), in collaborazione con il Consiglio Armeno delle Arti e Skira, ha riunito studiosi e ricercatori internazionali che hanno discusso delle intersezioni tra esilio, memoria e modernità nelle opere di Galentz.
Nonostante sia stato uno dei maggiori esponenti del modernismo del XX secolo, le tele di Galentz sono a lungo sfuggite a una categorizzazione definitiva. Ciò è forse dovuto alla travagliata storia personale dell’artista, sopravvissuto al genocidio armeno durante la Prima Guerra Mondiale. In quel periodo tra le due guerre e nel dopoguerra, Galentz ricostruì la sua vita e la sua attività artistica a Beirut, capitale del Libano, dove divenne una figura centrale nella formazione della pittura moderna.

Il suo tratto distintivo era l’uso vivido dei colori
Galentz era noto per l’uso vivido dei colori, le composizioni dinamiche e il singolare senso di profondità emotiva nelle sue opere, frutto della sua formazione iniziale nel sistema delle Beaux-Arts e riscontrabile tra le sue prime influenze artistiche, in particolare nel pittore d’avanguardia francese Georges Michelet, che si stabilì nel Levante (gli attuali Siria, Libano, Palestina, Israele, Giordania e Turchia).
Tra il 1926 e il 1946, Galenz si radicò ulteriormente negli ambienti artistici e intellettuali di Beirut, in un periodo politicamente instabile e di trasformazione della città in un centro cosmopolita. Nel 1939, Galenz ebbe l’opportunità di esporre le sue opere su un palcoscenico internazionale, partecipando al Padiglione libanese all’Esposizione Universale di New York. La fiera rappresentò un momento cruciale per la visibilità internazionale del nascente movimento modernista libanese.
Nella speranza di riallacciare i legami con la sua terra natale, Galentz si trasferì nuovamente dopo la Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica. La sua prima mostra personale, allestita nel 1962 (poche settimane prima della condanna dell’arte non conformista da parte del politico Nikita Kruscev alla galleria d’arte Manège) fu accolta positivamente da critici e scrittori come Ilya Ehrenburg e Alexander Gitovich. Che contribuirono a far emergere l’artista dall’anonimato e a portarlo a una maggiore notorietà nel suo nuovo contesto.

L’ultimo dipinto di Haroutiun Galentz
Qui, Galentz prosperò durante quello che venne definito il “disgelo” culturale dell’Unione Sovietica, un periodo caratterizzato dalla generale quiete successiva alla rigida censura e alla morte del dittatore Joseph Stalin. Pur mantenendo la sua formazione nelle tradizioni delle Belle Arti e dell’avanguardia parigina, Galentz non esitò a rielaborare e astrarre i principi del Realismo Socialista nelle sue tele. Ciononostante, i dipinti di Galentz conservarono una qualità altrettanto radiosa, ma al contempo sfuggente e introspettiva, con rischi formali maggiori rispetto, ad esempio, a un esplicito dissenso politico.
Prima della sua prematura scomparsa a 57 anni, Galentz completò il suo ultimo dipinto, Primavera nel nostro giardino (1967). Il dipinto “rispecchia la sua esistenza, quella di un uomo che portava le cicatrici del genocidio, le catene dello stalinismo e le difficoltà del rimpatrio. Eppure dipingeva bellezza con ogni respiro, il suo pennello una silenziosa sfida all’oblio”, spiega The Form of Colour . “Galentz non ha lasciato alcuna testimonianza scritta dei suoi pensieri. Nessun diario per chiarire le sue lotte, solo la sua arte. Ogni tela un frammento della sua anima, che risplende di una chiarezza e una bellezza che trascendono le circostanze della sua creazione”.


