Chuck Close è un’artista americano che continua ad esplorare il realismo, la pittura in bianco e nero e i fotoritratti realistici. I suoi giganteschi ritratti erano simili a fotografie. Catturavano l’era moderna con il loro approccio duro, poco lusinghiero e totalmente privo di romanticismo. L’occhio implacabile di Close mostrava ogni imperfezione sul volto del soggetto. Dipinse amici, familiari e colleghi artisti utilizzando un sistema a griglia che trasformava minuscole forme astratte in volti dettagliati se visti da lontano. La sua opera esplorava la percezione, la memoria e l’identità, fondendo realismo e astrazione. Le tecniche innovative e lo stile distintivo di Close lo hanno reso uno dei ritrattisti più influenti dell’arte contemporanea.

Chuck Close: conosciamolo meglio
Chuck Close (Charles Thomas Close) ebbe difficoltà con gli studi a causa della dislessia, sebbene gli insegnanti fossero spesso colpiti dal suo approccio creativo ai progetti. Gli furono inoltre diagnosticate la prosopagnosia (cecità facciale) e una malattia neuromuscolare che gli impediva di praticare sport, rendendo difficili gli aspetti sociali della vita scolastica. Durante gli studi a Yale, Close fu assistente di studio dell’incisore Gabor Petardi. Nell’ultimo anno, vinse una borsa di studio Fulbright, che gli offrì l’opportunità di studiare arte in Europa.
Nel 1965, decidendo che il suo stile pittorico espressionista astratto era diventato stagnante, iniziò a sperimentare forme e materiali alternativi. Una delle sue idee più ambiziose dell’epoca prevedeva la realizzazione di un grande nudo a partire da una serie di fotografie, ma accantonò il progetto a causa di problemi irrisolti con il colore e la consistenza. Nel gennaio del 1967, il college organizzò una mostra personale di Close con altre opere di ispirazione Pop, che scatenò l’indignazione dell’amministrazione per l’uso di immagini di nudi maschili frontali. L’American Civil Liberties Union difese Close nella causa intentata dal rettore dell’università, John Lederle.
La sentenza fu infine favorevole all’università, una decisione che di fatto pose fine alla sua esperienza ad Amherst. La ricerca di uno stile distintivo era per Close una fonte di costante frustrazione e, con il sostegno della moglie, continuò a sperimentare con diversi stili. Lavorando nuovamente a partire da fotografie, scompose l’immagine in una griglia, che poi trasferì sulla tela. Copiando meticolosamente a mano i segmenti della griglia fotografica su ciascun cubo corrispondente della tela, Close realizzò una copia in bianco e nero, a grandezza naturale, dell’immagine di un nudo femminile. Il risultato, “Big Nude” (1967), si presenta sia come un dipinto astratto che figurativo.

Lo slancio nel 1969
La carriera di Close prese slancio dalla vendita di un “Grande Autoritratto” (1967-68), concepito in modo simile, al Walker Art Museum nel 1969. Motivato dal nuovo metodo di pittura, cercò di perfezionare la sua tecnica nella sua prima serie “Teste” . Anche questi dipinti, in bianco e nero, enfatizzavano le loro radici fotografiche. Nel 1969, prima della sua prima mostra collettiva a New York, la scrittrice Cindy Nemser intervistò Close per il numero di gennaio 1970 della rivista Artforum, che per errore pubblicò il suo nome come “Chuck Close”.
L’artista lo adottò successivamente come pseudonimo professionale da quel momento fino ad oggi. Close sviluppò un metodo che utilizzava strati separati di ciano, magenta e giallo. Dipinti uno sopra l’altro, i colori costringono l’occhio dell’osservatore a mescolarli per ottenere un’immagine realistica e a colori. Il primo ritratto eseguito con questo metodo fu “Kent”.(1970-71), opera che richiese a Close quasi un anno intero per essere completata. Trascorse i successivi anni lavorando a ritratti realizzati con la tecnica a tre colori.
Nell’estate del 1972, la Parasol Press invitò Close a produrre una serie di stampe con qualsiasi metodo desiderasse. Incuriosito, Close scelse la mezzatinta, una tecnica di stampa praticamente abbandonata, comune nelle riproduzioni di ritratti del XVIII secolo . Riproducendo una fotografia di Keith Hollingworth già grigliata, la stampa rivelò involontariamente lo schema a scacchiera.

I problemi di salute
Questi risultati inaspettati portarono Close a riutilizzare le stesse fotografie per dipinti realizzati con tecniche diverse e in vari materiali. Nel dicembre del 1988, Close fu colpito da forti dolori al petto che lo portarono a una paralisi completa dal collo in giù, un momento cruciale della sua vita che l’artista definisce “L’Evento”. Grazie alla dedizione della moglie, che insistette affinché la sua fisioterapia si concentrasse sull’atto di dipingere, Close riuscì a recuperare sufficiente movimento e controllo nella parte superiore del corpo per poter continuare a lavorare.
Da allora, Close ha costruito uno studio adatto alla sua sedia a rotelle e a un cavalletto a due piani telecomandato, dove continua a sviluppare dinamicamente i suoi processi artistici con l’aiuto di assistenti. Utilizzando le moderne tecniche di arazzo assistite dal computer, Close è ora in grado di riprodurre, nelle immagini tessute, l’illusionismo a specchio caratteristico del dagherrotipo fotografico su vetro del XIX secolo.
Come a chiudere un cerchio, si può dire che Close abbia rivitalizzato il genere del fotorealismo proprio quando tutti lo davano per scontato, relegandolo alla storia.

La mostra più interessante: l’opera Lucas II
La mostra è composta da otto ritratti di cinque soggetti: gli artisti Alex Katz, Lucas Samaras, Francesco Clemente, Cindy Sherman e lo stesso Close. Quattro delle tele misurano 2,4 x 2,1 metri, mentre la più piccola (e per certi versi la più riuscita) è un’esplosione cromatica dalla struttura geometrica di 91 x 76 centimetri che, vista da una certa distanza, si rivela essere uno studio del volto di Lucas Samaras.
“Lucas II” è un’opera impressionante perché riesce a trovare un equilibrio tra la dipendenza da un modello preesistente e preciso e la totale libertà di improvvisazione. Ognuno delle migliaia di minuscoli quadrati che compongono la griglia è riempito con due o più colori pulsanti, scelti sia per contribuire a replicare la fotografia sia per produrre una serie di ricchi effetti cromatici. Ma c’è di più. Per accentuare l’aspetto iconico dell’opera, la griglia è inclinata in diagonale e le sue numerose pennellate e macchie di colore sono disposte in cerchi concentrici il cui centro si trova esattamente a metà strada tra gli occhi di Samaras.
Niente potrebbe essere più semplice, più sistematico o più stimolante. Non importa da quale distanza lo si osservi (60 centimetri, 2,7 metri o 9 metri) l’immagine è viva e appagante, sia come sontuoso effetto pittorico e cromatico, sia come fedele riproduzione fotografica tradotta con immaginazione.


