Mark Rothko: la retrospettiva del grande maestro dell’arte americana arriva a Firenze dal 14 marzo sino al 23 agosto 2026 al Palazzo Strozzi. Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, comprende la mostra principale a Palazzo Strozzi e gli spazi storicamente significativi per Rothko. Maestro nell’arte astratta, Rothko morì nel 1970 togliendosi la vita nel suo studio. Una retrospettiva che consigliamo caldamente di visitare, se vi trovate in zona. In questo articolo racconteremo chi era e a quali stili si ispirava per la realizzazione delle sue opere.

Mark Rohtko e l’amore per Firenze
Un incontro con uno specifico spazio rinascimentale fiorentino durante un viaggio formativo in Italia nel 1950 avrebbe segnato profondamente l’immaginazione di Mark Rothko per anni. Il vestibolo della Biblioteca Laurenziana, progettata da Michelangelo, è una sala compatta ma monumentale, dominata da una scalinata imponente in pietra grigia. Intima e al contempo maestosa, l’architettura si sublima in un incontro emotivo. Rothko spiegò in seguito che l’impatto psicologico della biblioteca rispecchiava l’effetto che cercava nei suoi dipinti: «(Michelangelo) ha ottenuto proprio il tipo di sensazione che cerco» ovvero la sensazione di essere intrappolati, di non poter fare altro che «sbattere la testa contro il muro per sempre».
La biblioteca è una delle due sedi distaccate di Rothko in Florence, un’importante retrospettiva curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna. Appesi all’altezza degli occhi alla base della scalinata della Biblioteca Laurenziana si trovano due studi in rosso e nero per i Seagram Murals, commissionati nel 1958 per il ristorante Four Seasons di New York, progettato da Philip Johnson e Mies van der Rohe.
Rothko, che già all’epoca lavorava nel suo stile maturo della pittura a campi di colore, immaginava gli affreschi come esperienze immersive e contemplative. Visitando Pompei durante il suo secondo viaggio in Italia nel 1959, osservò: “Per tutta la vita ho dipinto templi senza saperlo”. Al suo ritorno, rinunciò all’incarico, rendendosi conto che l’ambiente del ristorante sarebbe stato incompatibile con la solenne intensità delle opere, restituì il denaro e in seguito donò gli affreschi alla Tate Gallery. Proprio il giorno in cui le opere arrivarono al museo, nel 1970, Rothko si tolse la vita nel suo studio.

Chi era Rothko
Nato Marcus Rothkowitz nel 1903 a Daugavpils, in Lettonia Rothko cambiò il suo nome negli anni ’40 per renderlo meno riconducibile all’ebraismo. In un contesto segnato dall’antisemitismo sociale e politico, sia nella Russia zarista che negli Stati Uniti, dove arrivò all’età di dieci anni. Rothko dimostrò precocemente talento artistico e accademico, vincendo una borsa di studio per l’Università di Yale, che tuttavia abbandonò prima di conseguire la laurea, sentendosi alienato da un ambiente sociale ostile agli ebrei.
Essendo il più giovane dei fratelli, Rothko fu l’unico della sua famiglia a ricevere una rigorosa educazione ebraica ortodossa in Lettonia, una scelta adottata dai suoi genitori in risposta ai crescenti pogrom. Dopo la morte del padre nel 1914, si allontanò dalla pratica religiosa tradizionale, pur rimanendo culturalmente ebreo per tutta la vita.
La consapevolezza dell’Olocausto alimentò in lui una profonda sensibilità per la sofferenza umana e la ricerca di un significato. La ricerca spirituale di Rothko rimase centrale nella sua opera, trovando espressione nell’inconoscibile, nell’innominabile e nelle qualità trascendenti dei suoi dipinti astratti a campi di colore.

La mostra al Museo San Marco
La seconda sezione satellite della mostra, al Museo di San Marco, colloca diverse opere non figurative di Rothko tra gli affreschi religiosi di Fra Angelico all’interno delle celle individuali dei frati dell’ex monastero. Anche qui la tensione tra gli spazi architettonici e l’ampiezza dell’atmosfera devozionale influenzò profondamente Rothko. Che iniziò a immaginare cappelle lungo la strada con un unico dipinto meditativo. Ben presto avrebbe realizzato un capolavoro di ben più grande portata.
Nel 1964, i filantropi John e Dominique de Menil gli commissionarono la realizzazione di dipinti per la Cappella Rothko a Houston, in Texas. Originariamente commissionata come cappella cattolica, Rothko progettò sia gli affreschi che lo spazio interno, creando un santuario a confessionale. La qualità non figurativa e immersiva dei dipinti della cappella incarna il suo impegno di una vita nei confronti di temi esistenziali e spirituali.

Dieci sale a lui dedicate a Palazzo Strozzi
La mostra principale a Palazzo Strozzi, invece, è organizzata in dieci sale che seguono un percorso cronologico della carriera di Rothko. Si apre con le sue prime opere figurative, tra cui un autoritratto, che molti visitatori troverebbero sorprendente per la sua semplicità stilistica e tecnica. L’esposizione prosegue poi con la sua esplorazione del Surrealismo, trovando un filo conduttore di grande impatto in diverse sale dedicate ai dipinti astratti a campi di colore. Sono presenti anche disegni e studi per commissioni iconiche come i murales del Seagram Museum e di Harvard e la cappella.
La sequenza espositiva riflette non solo lo sviluppo stilistico, ma anche il tono emotivo: le sale successive diventano progressivamente più scure e cupe, rispecchiando il profondo impatto dell’Olocausto e del più ampio tumulto della metà del XX secolo sulla sua opera. Dopo aver completato la serie delle cappelle, con la salute in declino, Rothko dipinse quasi esclusivamente su carta, tornando alla tela nel 1969 per un progetto UNESCO mai portato a termine. Realizzò diciotto dipinti in bianco e nero, molti dei quali sono esposti nella penultima sala.
Si tratta di opere suggestive e inquietanti, con campiture turbolente di grande impatto, pennellate dinamiche e, per la prima volta, bordi bianchi che definiscono chiaramente il piano pittorico.


